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Visualizzazione dei post con l'etichetta gusto di cielo

Le "sise" delle monache di Guardiagrele

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Ai piedi della Maiella c’è un borgo che si chiama Guardiagrele. Rinomato per l’artigianato abruzzese di qualità, il suo vero vanto però è la produzione delle famose “sise” delle monache, un dolce molto gustoso a tre punte che nasconde, dal nome, un’origine a dir poco maliziosa.  Una leggenda racconta che le monache usassero nascondere un pezzo di stoffa tra i seni per nascondere le protuberanze e assumere una fisionomia più neutra.  C’è chi dice, invece, che le tre punte farebbero riferimento alle tre vette della Maiella visibili proprio da Guardiagrele.  Infine, qualche studio più approfondito relega l’origine delle sise delle monache al fatto che la ricetta sia stata inventata dalle monache del convento di Santa Chiara in centro al paese. Assaggiare questo dolce vale il viaggio a Guardiagrele. Preparate con un impasto morbido a base di tuorli d’uovo e albumi montati con lo zucchero e infornati, una volta cotte, vengono farcite con la crema pasticciera e spruzzate con lo...

Il Lacryma Christi è tornato

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Un vino profumato, leggero, morbido, dall’olfatto e gusto accattivanti, che sta riscuotendo un notevole successo tra il pubblico giovanile. Il Lacryma Christi , vino tipico dell’area del Vesuvio, si accompagna per la sua provenienza a diverse leggende. La prima narra che Dio, riconoscendo nel Golfo di Napoli un lembo di cielo strappato da Lucifero durante la caduta verso gli inferi, pianse e quelle lacrime diedero origine alla vite (anche se non è propriamente un vitigno) del Lacryma Christi.  Una seconda versione ci racconta che Cristo, visitando un eremita, trasformò il suo vino, poco bevibile, in un nettare divino.  Si tratta in realtà di un vino ottenuto da una miscela ( blend ) di varietà tipiche della zona di produzione del Golfo di Napoli: vino essenzialmente bianco ma esiste anche il rosso.  Oggi il prodotto è tornato di nicchia. Elegante, piacevole al gusto, adatto per un aperitivo, si abbina bene per una tavola sostanziosa al pesce, ai crostacei, ai risotti...

Il pane della fede e della misericordia

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Il giorno di Pasqua è la festa del pane , il miracolo dell’impasto della farina con l’acqua che genera sostentamento, vita, allegria.  Un pane della fede che lo studioso del Mediterraneo,  Predrag Matvejević,   chiama  pane delle lacrime ,  raccontando degli ebrei sefarditi che preparavano il loro pane azzimo nella settimana di Pasqua, quando, alla vigilia dello Shabbat e nei giorni dello Jom Kippur, dal vecchio ghetto si diffondeva un gradito profumo di pane accompagnato da silenziose preghiere.  Oppure il  pane della nostalgia   dei Greci scappati dalle loro coste per paura dei Turchi, e rifugiatisi nella laguna veneta.  E ancora il  pane dell’esilio   dei monaci armeni, che nei giorni di festa, cuociono il loro pane bianco, piatto, schiacciato.  Fino alla pietà popolare che posa il suo  pane dei poveri   in nicchie ricoperte di ruggine, sui muri delle case e delle chiese, in luoghi poco esposti. Alla crosta di pane...

Sulle vette che non ci sono più

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«Vi rompiamo le scatole, signori, perché nessuna fonte appartiene al proprietario del terreno. Magari ha il diritto di attingere l’acqua. Ma la fonte appartiene, in modi regolati dalla legge, anche a tutti quelli che vengono dopo. Altrimenti il proprietario delle fonti del Po potrebbe chiudere il rubinetto e lasciare la pianura padana all’asciutto. Vi rompiamo le scatole perché un ghiacciaio è un bene pubblico, è una falda acquifera, non lo potete usare come vi pare. È l’acqua che beviamo anche noi. Non potete accelerare il suo scioglimento triturandolo per fare una pista. Non è di Zermatt, non è di Cervinia, è di milioni di persone tra il Monte Rosa e la laguna veneta. È anche mio, che per altro sono un cittadino valdostano». L’energica presa di posizione dello scrittore Paolo Cognetti apparsa sul quotidiano  La Repubblica  dell’8 novembre scorso, ha scaldato un po’ gli animi. Già, perché il dibattito sul cambiamento climatico è ben presente nell’opinione pubblica italiana. ...

Le bollicine di dom Pierre

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Tra i viaggi che si possono fare in Francia non può mancare un salto nella regione dello Champagne,  una zona costellata da colline, vigneti, cantine, iscritta nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’Unesco.  Qui si incontra la storia di un monaco dai poteri olfattivi e gustativi speciali,  quel  dom Pierre Pérignon, che  nel 1668 diventò cellario dell’ abbazia di Hautvillers  fino al 1715, anno della sua morte.  All’interno dell’abbazia, più che della liturgia delle ore, si occupò della  cura delle vigne , delle cantine del monastero e delle tecniche vitivinicole. Fino ad arrivare a registrare quello che tutti noi oggi conosciamo come il metodo  classico ( méthode champenoise , che prende nome appunto dalla regione francese dello Champagne), un  processo di produzione di vino spumante, che consiste nell’indurre la rifermentazione dei vini in bottiglia attraverso l’introduzione di zuccheri e lieviti selezionati. Sia lode alle bol...

I dolci di San Nicolò

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Ogni anno, nella notte del 6 dicembre, i bambini dell’Europa settentrionale e di alcune zone del nord Italia, in particolare Trieste, ma anche Bari e Venezia, preparano un piattino di biscotti per San Nicola, o Nicolò, o ancora meglio Santa Claus, quello che poi la tradizione ha trasformato in Babbo Natale. Anche San Nicolò e il suo asinello devono rifocillarsi, a causa del lungo viaggio. In compenso, il buon Nicolò lascia, ai bambini più meritevoli, dolci, biscotti secchi e altre leccornie. E anche qualche carbone di zucchero. Nicola di Myra fu un vescovo, poi divenuto santo, che agli inizi dell’anno 300 difese il cristianesimo diventando il patrono di marinai e bambini. Si racconta che, quando venne a sapere che in una città lontana c’erano molti bambini che rischiavano di morire di fame a causa di una carestia, prese farina, zucchero e frutta e salpò verso quella città, portando a ogni bambino cibo e felicità.  Il 6 di dicembre, dunque, è festa grande. I bambini ricevono i regal...

Canto d'autunno

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Cari lettori, mettetevi comodi.   L’autunno merita di essere annusato, assaggiato e degustato. Preferite una seduta comoda, un plaid sulle ginocchia, lo sguardo perso nella contemplazione che dà gusto alla vita. Sul comodino vicino, un buon libro, un bicchiere, una bottiglia, e un computer portatile. L’autunno è la stagione delle camminate nei boschi ma, se proprio non avete tempo e possibilità, c’è sempre un pc che vi trasporterà, navigando nel web, negli odori della campagna amica, del sottobosco, nei chiaroscuri di una vegetazione che diminuisce la distanza tra il giorno e la notte ma che cela, incredibilmente, tesori nascosti: il vino, i funghi, il tartufo, le patate, le castagne, l’olio. La cucina si riempie di mille profumi che l’estate ha inevitabilmente sottomesso. Le spezie si impadroniscono della casa, e le finestre chiuse danno calore al ritmo familiare. Le pentole bollono a ogni ora e le padelle, finalmente, raggiungono il soffritto ideale.  L’autunno si batte con...

In Scozia, lungo le strade del whisky

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Dicono che l’autunno sia la stagione migliore per degustare le delizie del bosco. I funghi porcini, ad esempio, o il tartufo. Usciti fuori dal caldo torrido estivo, l’odore del bosco e della pioggia ci fanno compagnia per molti giorni. E veniamo coccolati da una nostalgia ambientale e perfino spirituale che si aggrappa all’atmosfera un po’ crepuscolare della stagione intermedia.   La stagione dell’autunno ci restituisce l’anima di casa, i buoni libri letti, la musica migliore. E, ovviamente, un buon “nettare degli dei”. Con l’autunno ormai imminente vedo, ascolto, annuso, degusto, assaggio e mi genufletto davanti a un single malt scozzese , al re dei superalcolici, il whisky . Credo che non ci sia una bevanda come il whisky, il famoso distillato ottenuto dalla fermentazione e successiva distillazione di vari cereali, maturato in botti di legno, che ci avvicini al paradiso.   Sarà che la Scozia la amiamo a prescindere. Basterebbe solo la musica a riempirci le giornate. Però avv...

La Linea Sacra di San Michele

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Storie di draghi e cavalieri, di spade e di lance, di eserciti di angeli che combattono contro gli inferi. Immagini di epiche battaglie tra cielo e terra, tra bene e male. E nomi e storie che la letteratura migliore e l’iconografia ci hanno lasciato in prestito: serafini e cherubini, arcangeli con la spada in mano che difendono il trono di Dio.   Uno dei nomi ricorrenti in questa storia intrisa di fantasia, mito, spiritualità e misticismo è l’arcangelo Michele . Menzionato dalla Bibbia più volte, il suo nome deriva dall’espressione “Mi-ka-El”, che significa “chi è come Dio”. Ricordato per aver difeso Dio contro l’esercito di Lucifero, con il quale formava la coppia di angeli più famosa, rappresenta l’araldo della fede, il combattente prediletto nel difendere i regni celesti. Ecco perché tutta l’Europa, e in particolare l’Italia, ha una serie infinita di chiese, abbazie e basiliche intitolate proprio all’arcangelo preferito, al più bello e al più forte, che porta il nome appunto di ...

L'autunno ... con il whisky

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Ai tempi spassosi della gioventù, avevo un certo debole per i costosissimi Armagnac francesi. Mi piaceva l’eleganza, la finezza quasi intellettuale del pregiato distillato di vino. Erano d’altronde, i tempi delle letture impegnate, della filosofia, dei sogni sul mondo, e l’Armagnac, il nobile e aristocratico Armagnac, teneva il conto. Tra Armagnac e Grappa Con l’Armagnac, ogni tanto, per una sorta di cuginanza affettiva, mi piaceva perdermi nell’asprezza dell’acquavite bretone e normanna di sidro di mele, il Calvados , che ogni tanto riportavo furtivamente dai miei numerosi viaggi in Bretagna. Accompagnavo il tutto con il sapore contadino della Grappa – ma, attenzione, la Grappa va bevuta nel luogo di origine, altrimenti non ha sapore –. Ancora oggi, se devo salvare una Grappa, dico sempre la Grappa invecchiata di 25 anni del Castello di Spessa a Capriva del Friuli. Imperdibile.   Sua maestà, il Whisky Il tempo, come sempre succede, e il corso della vita, ha deviato il fluss...

Transumanza. Alla ricerca delle radici

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  Un mestiere storico , vissuto per secoli all’aria aperta, alle intemperie del vento, del freddo e della pioggia, e al calore del sole. Un mestiere antico che definirlo “green”, con le parole dell’oggi, lo renderebbe addirittura superfluo. Un mestiere di nomadi del Creato che piantano la loro tenda lì dove c’è l’erba, e dove il tempo è più mite. Sotto un masso che fa da riparo, e le grotte di montagna che diventano per incanto case accoglienti, con il fuoco acceso.  Un mestiere antico che oggi vive un inaspettato interesse. Nascono siti web, addirittura i social hanno migliaia di like che parlano dell’argomento. La transumanza non è più un affare per pochi, ma desiderio per molti di capire bene cosa ci sia dietro. E cosa sia effettivamente questa antica pratica tipica dei pastori. Che cos’è la transumanza, allora?  La transumanza, spiegano dal sito dell’Unesco, è un’antica pratica della pastorizia che consiste nella migrazione stagionale del bestiame nel Mediterraneo e...