Sulle vette che non ci sono più


«Vi rompiamo le scatole, signori, perché nessuna fonte appartiene al proprietario del terreno. Magari ha il diritto di attingere l’acqua. Ma la fonte appartiene, in modi regolati dalla legge, anche a tutti quelli che vengono dopo. Altrimenti il proprietario delle fonti del Po potrebbe chiudere il rubinetto e lasciare la pianura padana all’asciutto. Vi rompiamo le scatole perché un ghiacciaio è un bene pubblico, è una falda acquifera, non lo potete usare come vi pare. È l’acqua che beviamo anche noi. Non potete accelerare il suo scioglimento triturandolo per fare una pista. Non è di Zermatt, non è di Cervinia, è di milioni di persone tra il Monte Rosa e la laguna veneta. È anche mio, che per altro sono un cittadino valdostano». L’energica presa di posizione dello scrittore Paolo Cognetti apparsa sul quotidiano La Repubblica dell’8 novembre scorso, ha scaldato un po’ gli animi.

Già, perché il dibattito sul cambiamento climatico è ben presente nell’opinione pubblica italiana. Ma, come dire, è come se fosse quotidianamente, sottilmente, abilmente sorpassato. Quasi messo da parte. Gli intellettuali parlano, gli scrittori scrivono, i musicisti suonano, gli ambientalisti urlano – ma che brutta parola “gli ambientalisti”, forse dovremmo iniziare a parlare di uomini e donne liberi/e che amano le montagne come la loro casa, e che sulle montagne hanno scommesso buon futuro, ecologia sostenibile, solidarietà diffusa –, ma gli imprenditori fanno i loro interessi. Turismo sostenibile? Che brutta parola. Si va avanti, con le ruspe che preparano il campo agli impianti di risalita, riempiendo crepacci, smuovendo roccia friabile. E la montagna? Quella da scalare, da vedere, quella del sudore della fronte e delle braccia solidali, dei boscaioli e dei pastori, degli artigiani e delle tradizioni che si tramandano da secoli, la montagna non solo delle Alpi ma dei nostri splendidi Appennini, che fine ha fatto? La montagna del borghi inaspettati e della solitudine abitata: che fine ha fatto?


Sciare, punto. L’unica preoccupazione. Portare migliaia di turisti mordi e fuggi – a suon di euro – sempre più in vetta, in impianti collegati a rifugi che nel frattempo sono diventati ristoranti stellati, per sciare, senza spargimento di fatica.  E di cultura.


Questa la montagna che vogliamo? Nel frattempo, qualcosa si sta muovendo. Le gare di bob delle Olimpiadi 2026 non si svolgeranno a Cortina. «Devono essere prese in considerazione solo le piste esistenti e già operative», ha dichiarato il Comitato Olimpico Internazionale.

Il proliferare indisturbato e senza regole dell’industria dello sci e dell’industria turistica in quota, lascia davvero senza fiato. È una lotta senza tregua, metro per metro, roccia per roccia. Non si può certo negare che il turismo di alta quota abbia spesso alleviato le condizioni economiche delle valli e dei borghi circostanti. Parecchie località montane vivono di questo turismo. Il problema è che vivono “solo” di questo turismo. Come se non ci fosse la possibilità di creare turismo alternativo, o comunque rispettoso dell’ambiente circostante e del cambiamento climatico in corso. Non è solo un problema per oggi, che coinvolge una generazione di adulti ormai assuefatti all’idea che non si possa vivere in una montagna diversa. È un problema che interessa i giovani, invece, perché anche loro hanno il diritto di poter ritrovare spazi di futuro possibile, di pace ed equilibrio con la natura.


Luigi Casanova, esponente di Mountain Wilderness Italia (del cui house organ MW Notizie è direttore), uno dei più noti rappresentanti dell’ambientalismo alpino, custode forestale nelle valli di Fiemme e Fassa dove risiede, scriveva già nel 2017 senza peli sulla lingua a proposito delle solite “scuse” che si ascoltano quando si parla di nuovi impianti: «a fine secolo scorso, 1998-2001, mentre in Trentino si sviluppava la grande lotta (l’ultima) contro la conquista da parte degli impiantisti di Val Jumela (Pozza di Fassa) queste frasi erano vangelo, un assoluto. Come lo sono state un decennio dopo», quando si impose «il collegamento Pinzolo-Campiglio sbancando la Val Brenta. Ancora un decennio e Campiglio voleva ampliare il suo già devastante demanio sciabile verso i laghi di Serodoli. Nel frattempo veniva invasa la Val della Mite in Adamello e in Paganella si distruggevano cavità storiche (il Bus del Giàz). Oggi si vogliono violare le Cime Bianche in Piemonte-Val d’Aosta, imporre la nuova area dell’Alpe di Devero, abbiamo assistito alla invadenza della nuova cabinovia di Punta Helbronner con la Skywai. Ancora oggi si pretendono il collegamento Sesto Pusteria-Comelico per arrivare poi in Austria, il nuovo impianto Larici-Val Formica ad Asiago, le piste di Piancavallo nella foresta del Cansiglio. In Appennino si vorrebbe ampliare l’area sciabile al Corno alle Scale, o quella del Terminillo esposta a sud, o sul Monte Acuto nel gruppo del Catria, l’inconcepibile collegamento previsto da Ovindoli con parallela richiesta di riduzione del Parco regionale del Sirente-Velino. Nel nome delle Olimpiadi invernali del 2026 si propone la profanazione del tessuto geologico e paesaggistico più intimo delle Dolomiti con i collegamenti Cortina-passo Falzarego-Arabba-Marmolada (violando i terreni percorsi dal sangue dei soldati italiani e austriaci nella Grande Guerra) e l’altra oscenità Cortina-Monte Civetta».


Possibile che si parli solo ed esclusivamente di sci e cabinovie? L’alpinista Reinhold Messner, recentemente, parlando dell’Appennino, ha detto rilasciando un’intervista al Resto del Carlino che «il futuro delle vostre vette è nello scialpinismo e non negli impianti di risalita. Seguite le tracce di pastori e carbonai! L’Appennino è una ricchezza e come tale va visto. In quest’ultimo periodo è ricchissimo di escursionisti, soprattutto invernali, che sono più assidui che in estate. È bello vedere questo ritorno alla montagna, anche in Appennino. Dove il futuro non può essere lo sci di pista, perché parliamo di quote basse e condizioni per lo più inadatte».

«Io non sono contro gli impianti – continua Messner –. Anzi, laddove portano movimento e vita alla montagna, e anche risorse, vanno bene. Purché siano in zone votate a quel tipo di sport, quindi con condizioni favorevoli. Quelle condizioni che, invece, non si ritrovano in Appennino. Non può essere la comunità a pagare gli impianti di risalita in zone poco adatte a questo genere di investimenti. Le skiarea spesso nascono con sussidi pubblici, e questi sussidi non vanno bene quando vengono investiti dove non ci sono temperature e quota che si prestano allo sci alpino».

 

Il viaggio nella montagna che non c’è più diventa allora una straordinaria occasione per ripensare la vita dei borghi montani in una sorta di emigrazione al contrario, dove i giovani ricominciano a salire in quota per progettare futuro, vita buona, e dinamiche sociali e relazionali che si richiamano al bene comune e non all’ingordigia economica. Si può vivere bene anche in alta montagna, con sobrietà, sapendo rispettare il ritmo della natura e le esigenze ambientali di un territorio che cambia di giorno in giorno. 

Ogni sasso di montagna, ogni crepaccio, ogni albero, e soprattutto ogni bosco hanno una loro peculiarità. Se il bosco oggi avanza verso i borghi abitati, perché non ci sono più i boscaioli che tagliano legna e gli animali selvatici accorrono in paese a rifocillarsi per fame, non è colpa della natura ma della fuga dell’uomo. Che ha scelto di far piazza pulita degli alberi con gli escavatori.

Ma lassù, in cima, e ancor più sotto, lungo i viottoli di borghi oggi sempre più disabitati, c’è forse la possibilità di invertire la rotta. La bellezza è a portata di mano.


*pubblicato su Madre, gennaio 2024


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